"UNA COSA E' CERTA, MAI CADUTI SONO STATI TANTO A LUNGO VIVI, RICORDATI E PRESENTI COME QUELLI DELL'ITALIA DELLA REPUBBLICA SOCIALE"

LILIANA PEIRANO

11 lug 2017


E’ uscita la terza edizione del libro “ L’ ULTIMO SALUTO”  sulla strage dei 43 militi della Legione Tagliamento  trucidati a Rovetta  il  28 Aprile 1945.  Disponibile sul sito:  http://www.lulu.com/home
In memoria di Gregorio Misciattelli Bernardini, fondatore e primo Presidente della Associazione Reduci della 1^ Legione d’ Assalto “M” Tagliamento e del Comitato Onoranze Caduti di Rovetta e di Padre Antonio Intreccialagli, Cappellano della Legione.
Un grazie ai legionari Mariano Renzetti e Fedinando Cacciolo, combattenti per l’ Onore d’ Italia, che hanno dedicato la loro vita a testimonianza di una tragedia nazionale personalmente vissuta.


La sentenza del 26 aprile 1954 
del Tribunale Supremo Militare Italiano
 afferma senza mezzi termini che:

“i combattenti delle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana avevano la qualità di belligeranti perché erano comandati da persone responsabili e conosciute, indossavano uniformi e segni distintivi riconoscibili a distanza e portavano apertamente le armi. Gli appartenenti alle formazioni partigiane, viceversa, non avevano la qualità di belligeranti perché non portavano segni distintivi riconoscibili e non portavano apertamente le armi, né erano
assoggettati alla legge penale militare”



MILANO CIMITERO MAGGIORE CAMPO X


GINO LORENZI UCCISO E CROCIFISSO IL 4 MAGGIO 1945 
ALLA CARTIERA BURGO DI MIGNAGOLA


LA CROCE SUL MONTE MANFREI (SV) CHE RICORDA IL SACRIFICIO DI PIU' DI DUECENTO MARO' DELLA SAN MARCO


ITALO PALESI POCHI ISTANTI PRIMA DI ESSERE FUCILATO


FUCILAZIONE DI MARIO TAPOLI E VINCENZO TEDESCO IL 30 APRILE 1944

MASSABO LEONARDO
 ed il padre uccisi dai partigiani

Lettera prima di morire di Benito De Spuches

(Allievo Ufficiale della G.N.R.)
"Mamma, sono contento e devi esserlo anche tu. Ti chiedo solo questo. No : ti chiedo un'altra cosa: essere sepolto vicino ai Camerati caduti prima di me. Ce ne sono già parecchi nel cimitero di Brescia. Voglio stare con loro. Perdono coloro che mi hanno sparato ed anche tu, Mamma perdonali. La vendetta è contro la Legge Divina e noi siamo Cristiani. Questo non vuole mica dire essere deboli; anzi vuol dire essere più forti. A noi la morte non fa paura né di fronte al nemico, né in un letto d' ospedale. Tu Mamma non ne avrai la forza : ma il cappellano deve dire al mio Comandante e ai miei Camerati come è morto il loro Benito."

LAPIDE POSTA A SAN ANGELO INFORMIS IN RICORDO DEI 13 VOLONTARI DELLA R.S.I. FUCILATI DAGLI ANGLOAMERICANI


CIMITERO DI BERGAMO CAMPO DEI CADUTI DELLA R.S.I.


NETTUNO CAMPO DELLA MEMORIA


ROVETTA (BG) LE LAPIDI CHE RICORDANO I 43 LEGIONARI DELLA TAGLIAMENTO TRUCIDATI INERMI  DOPO CHE SI ERANO ARRESI IL 28 APRILE 1945


ROMA CIMITERO DEL VERANO LA TOMBA DEI 43 LEGIONARI DELLA TAGLIAMENTO TRUCIDATI A ROVETTA IL 28 APRILE 1945

IL TESTAMENTO DI MUSSOLINI
"Nessuno che sia un vero Italiano, qualunque sia la sua fede politica, disperi nell'avvenire. Le risorse del nostro popolo sono immense. Se saprà trovare un punto di saldatura, recupererà la sua forza prima ancora di qualche vincitore. Per questo punto di fusione io darei la vita anche ora, spontaneamente, qualunque sia purché improntata a vero spirito italiano. Dopo la sconfitta io sarò coperto furiosamente di sputi, ma poi verranno a mondarmi con venerazione. Allora sorriderò, perché il mio popolo sarà in pace con se stesso. Il lavoratore che assolve il dovere sociale senz'altra speranza che un pezzo di pane e la salute della propria famiglia, ripete ogni giorno un atto di eroismo. La gente che lavora è infinitamente superiore a tutti i falsi profeti che pretendono di rappresentarla. I quali profeti hanno buon gioco per l'insensibilità di chi avrebbe il sacrosanto dovere di provvedere. Per questo sono stato e sono socialista! L'accusa di incoerenza non ha fondamento. La mia condotta è sempre stata rettilinea nel senso di guardare alla sostanza delle cose e non alla forma. Mi sono adattato socialisticamente alla realtà. Man mano che l'evoluzione della società smentiva molte delle
profezie di Marx, il vero socialismo ripiegava dal possibile al probabile. L'unico socialismo attuabile socialisticamente è il corporativismo, punto di confluenza, di equilibrio e di giustizia degli interessi rispetto all'interesse collettivo. La politica è un'arte difficilissima tra le difficili perché lavora la materia inafferrabile, più oscillante, più incerta. La politica lavora sullo spirito degli uomini, che è un'entità assai difficile a definirsi, perché è mutevole. 
Mutevolissimo è lo spirito degli italiani. Quando io non sarò più, sono sicuro che gli storici e gli psicologi si chiederanno come un uomo abbia potuto trascinarsi dietro per vent'anni un popolo come l'italiano. Se non avessi fatto altro basterebbe questo capolavoro per non essere seppellito nell'oblio. Altri forse potrà dominare col ferro e col fuoco, non col consenso come ho fatto io. La mia dittatura è stata assai più lieve che non certe democrazie in cui imperano le plutocrazie. Il Fascismo ha avuto più morti dei suoi avversari e il 25 Luglio al confino non c'erano più di trenta persone. Quando si scrive che noi siamo la
guardia bianca della borghesia, si afferma la più spudorata delle menzogne. Io ho difeso, e lo affermo con piena coscienza, il progresso dei lavoratori. Tra le cause principali del tracollo del Fascismo io pongo la lotta sorda ed implacabile di taluni gruppi industriali e finanziari, che nel loro folle egoismo temevano ed odiano il fascismo come il peggior nemico dei loro inumani interessi. Devo dire, per ragioni di giustizia che, il capitale italiano, quello legittimo, che si regge con la capacità delle sue imprese, ha sempre compreso le esigenze sociali, anche quando doveva allungare il collo per far fronte ai nuovi patti di
lavoro. L'umile gente del lavoro mi ha sempre amato e mi ama ancora. Tutti i dittatori hanno fatto strage dei loro nemici. Io sono il solo passivo; tremila morti contro qualche centinaio. Credo di aver nobilitato la dittatura. Forse l'ho svirilizzata, ma le ho strappato gli strumenti di tortura. Stalin è seduto sopra una montagna di ossa umane. E' male? Io non mi pento di aver fatto tutto il bene che ho potuto anche agli avversari, anche ai nemici, che complottavano contro la mia vita, sia con l'inviare loro dei sussidi che per la frequenza diventavano degli stipendi, sia strappandoli alla morte. Ma se domani togliessero la vita ai miei uomini, quale responsabilità avrei assunto salvandoli? Stalin è in piedi e vince, io cado e perdo. La storia si occupa solamente dei vincitori e del volume
delle loro conquiste ed il trionfo giustifica tutto. La rivoluzione francese è considerata per i suoi risultati, mentre i ghigliottinati sono confinati nella cronaca nera. Vent'anni di Fascismo nessuno potrà cancellarli dalla storia d'Italia. Non ho nessuna illusione sul mio destino. Non mi processeranno, perché sanno che da accusato diverrei pubblico accusatore. Probabilmente mi uccideranno e poi diranno che mi sono suicidato, vinto dai rimorsi. Chi teme la morte non è mai vissuto, ed io sono vissuto anche troppo. La vita non è che un tratto di congiunzione tra due eternità: il passato ed il futuro. Finché la mia stella brillò, io bastavo per tutti; ora che si spegne, tutti non basterebbero per me. Io andrò dove il destino mi vorrà, perché ho fatto quello che il destino mi dettò. I fascisti che rimarranno fedeli ai principi, dovranno essere dei cittadini esemplari. Essi dovranno rispettare le leggi che il popolo vorrà darsi e cooperare lealmente con le autorità legittimamente costituite per aiutarle a rimarginare, nel più breve tempo possibile, le ferite della Patria.Chi agisce diversamente dimostrerebbe di ritenere la Patria non più Patria quando si è chiamati a servirla dal basso. I fascisti, insomma, dovranno agire per sentimento, non per risentimento. Dal loro contegno dipenderà una più sollecita revisione storica del Fascismo,perché adesso è notte, ma poi verrà il giorno ".





Dal libro partigiano "La formazione del Comitato di Liberazione Nazionale Vercellese" di Mario Grato Ferraris.
Il libro, edito nel lontano 1963, in calce al secondo capitolo, recita :
" Il 25 aprile 1945........Si videro cose belle e molte altre che il tacere è meglio. L'Italia, rivendicata alla democrazia, assistette però a scene orribili di lotta e di vendetta che amareggiarono tutti gli onesti e ben pensanti o semplicemente tutti coloro che avessero un minimo di umanità e di buon senso. Ancora adesso si rifugge dal parlarne per ovvio motivo di buon gusto."

Nella foto del 17 maggio 1945, il "processo" di piazza a Varallo dei 18 fascisti, tra cui spicca una donna coi capelli rasati, che verranno immediatamente fucilati a gruppi di 6 nei dintorni dell'abitato. Tra di loro anche il padre di Maria Laura Bellini, trucidata dai partigiani a Biella il 16 gennaio 1945 a soli 17 anni.

SAVONA 25 APRILE 1945
GIAN MAURO NERA-ANTONIO FERRARI-
GIACOMO MONOTTI- E UN MILITE SCONOSCIUTO
GIOVANI DELLA R.S.I. FOTOGRAFATI PRIMA DELL'ESECUZIONE

GINO PARINI DI 16 ANNI DEL BATTAGLIONE “M” 9 SETTEMBRE
TORTURATO, SFIGURATO E UCCISO CON DIECI COMPAGNI  IL 9 MAGGIO 1945 A REVINE LAGO (VITTORIO VENETO)
LE SUE ULTIME PAROLE FURONO : “ITALIA! ITALIA! MAMMA”


 Recandomi al cimitero per posare un fiore e ricordarli in nome di tutti i caduti dimenticati , ho avuto una piacevolissima sorpresa che mi ha riempito di gioia, qualche anima gentile era stata sulla tomba, qualcuno mi aveva preceduto e reso onore a chi riposa dietro quella lapide abbandonata e ignorata per tanto tempo. Gli uomini di Borghese combatterono, sempre con onore, su diversi fronti e il Battaglione Lupo fu presente sul Senio a difesa della linea Gotica. Il Battaglione Lupo, era stato costituito tra il gennaio e l'aprile del 1944 a La Spezia e così chiamato per ricordare le gesta eroiche della torpediniera “Lupo”. Nel dicembre dello stesso anno, venne schierato contro gli angloamericani in Romagna, sul fiume Senio. Furono tre mesi, di scontri durissimi, in prima linea senza avere il cambio, contro forze enormemente superiori e le compagnie subirono un altissimo numero di perdite, fino ai due terzi degli effettivi. Nel marzo del 1945 il reparto venne ricostituito e in aprile tornò in linea, per combattere l'ultima disperata battaglia contro il nemico oramai dilagante.  Vi ho citato brevemente la storia del Battaglione “Lupo”, poiché le vicende umane di quattro giovani caduti in battaglia , sono strettamente legate allo stesso. Nel cimitero di Conselice, paese che sorge poco lontano dalla linea del fronte, giusto alla sommità della 13a arcata del porticato centrale, c'è una lapide con incisi i nomi di quattro soldati: Carlo Quadrati, Mauro Monopoli, Costante Viviani e Franco Lualdi, tutti appartenenti al Battaglione Lupo della X Mas e morti nel 1945, mentre combattevano lungo l'argine del Senio . Dopo la guerra furono tumulati nel cimitero di Conselice dove oggi però riposano solo i resti di Costante Viviane e Franco Lualdi, in quanto mai rintracciati i parenti.
Ogni 25 aprile le autorità comunali si recano in pompa magna a portare una corona d'alloro coi nastrini tricolore sulle tombe dei caduti, sedicenti partigiani, ma nessuno si avvicina, per posare un fiore, sulla lapide dei soldati in grigioverde rimasti a Conselice.
Ecco le fotografie che testimoniano che oggi finalmente qualcuno, anonimamente, ha pensato a loro . Onore!
DI FRANCA POLI
ROMA 1944







PIACENZA 9 SETTEMBRE 1944 – LA SALMA DEL QUATTORDICENNE GIUSEPPE CALANDRA UCCISO DAI PARTIGIANI A FONTANAFREDDA, VEGLIATA DA DUE APPARTENENTI ALL’ ORGANIZZAZIONE GIOVANILE DEL PARTITO NEL SACRARIO DELLA FEDERAZIONE DI PIACENZA. ANCHE IL PADRE GIUSEPPE CADDE SUCCESSIVAMENTE IN UNO SCONTRO CON I PARTIGIANI


il dottor MANLIO CANDRILLI,questore di Brescia durante la R.S.I. ed,il maggiore della GNR,  FERRUCCIO SPADINI, comandante del presidio di Breno, condannati a morte dalla corte d'assise straordinaria, sulla base di testimonianze false,furono fucilati, dopo la morte, nei successivi processi, verranno entrambi prosciolti e riabilitati.




LETTERA DI UN CADUTO DELLA R.S.I.




TORINO UNA AUSILIARI TRUCIDATA SULLE RIVE DEL PO






BRESSANINI CATERINA 
trucidata dai partigiani il 16 marzo 1945 


GLI UCCISI ALLO STADIO DI LECCO - A RESA AVVENUTA

"IL MOMENTO" 16 MAGGIO 1945

GENOVA
Sacrario della  R.S.I.  riposano 1567 resti di caduti

monumento dedicato ai Caduti della R.S.I. 
sito nel cimitero cittadino di Somma Lombardo

SACCOL DI VALDOBBIABENE (TV)
lapide in memoria dei 23 civili e militari della Repubblica Sociale Italiana 
barbaramente assassinati il 5 maggio del 1945

L'ECCIDIO DI SOCOOL



L'ECO DI  BERGAMO - 30 APRILE 1945

15 luglio 1944
Alfa Giubelli, allora undicenne, accompagnava la madre Margherita Ricciotti, da Crevacuore a Borgosesia, dove speravano di trovare un assegno che il padre, di stanza nel Veneto con un reparto della G.N.R., doveva aver inviato alla famiglia. Sette chilometri circa da percorrere a piedi perchè mancavano i soldi per servirsi di un mezzo pubblico, prendendo una strada periferica senza dover attraversare il paese dove è probabile che ci siano dei partigiani, un  gruppo dei quali, da poco ha ucciso Carmelo Ricciotti, fratello di Margherita. E' meglio evitare incontri sgradevoli, anche se, per una madre con una bimba per mano, non dovrebbero nemmeno pensarsi. Ma purtroppo non è così. Dopo un breve tratto di strada, nei pressi del cimitero, ecco però apparire un gruppo di banditi armati. Li comanda Aurelio Guido Bussi, detto Nino. Palmo, il suo nome di battaglia. Dopo la guerra sarà decorato di medaglia d'oro della resistenza. I partigiani riconoscono la Margherita e si fanno avanti armi in pugno. La strappano dalla figlia che allontanano, e la trascinano dietro al cimitero. La bimba piange disperata. Poi il silenzio dell'alba è rotto da alcuni colpi di fucile. La piccola Alfa, tra i singhiozzi, si rende conto di quello che è accaduto e perde i sensi. Passano gli anni. Alfa Giubelli intanto è cresciuta. Si è fatta una bella ragazza, alta ed armoniosa nel fisico. Ma porta con sè l'incubo di quel giorno che la opprime, e dal quale non riesce a liberarsi. Il ricordo dell'assassinio della madre, quei momenti trascorsi a singhiozzare impaurita, accovacciata nei pressi del cimitero di Crevacuore, il crepitio improvviso degli spari che l'hanno privata del bene più grande del mondo non l'abbandonano mai e ancora le risuonano nelle orecchie, lacerandole l'animo. Quei tragici istanti sono sempre vivi in lei tanto che le impediranno di essere compiutamente donna anche dopo il matrimonio. Sente di doversi liberare da quell'angoscia ad ogni costo. Ma dovrà attendere di aver messo in atto il proposito che si è radicato in lei negli anni. E finalmente per Aurelio Guido Busi, detto Nino, eroe della resistenza, assassino di una donna inerme ed indifesa già provata da lutti e difficoltà, arriva il giorno della resa dei conti. Dio non paga il sabato. Il 7 di marzo del 1956 è un venerdì. Alfa Giubelli ha 23 anni ed è sposata da sette. Sono trascorsi quasi dodici anni da quel triste giorno che ha sconvolto la sua vita. Il partigiano Palmo, nel frattempo divenuto sindaco di Crevacuore, diviso dalla moglie, vive a pensione in una frazione del paese. E' lì che Alfa Giubelli, con consapevole determinazione, lo va a cercare. Si presenta alla porta dei Parolini e chiede del sindaco che, chiamato, si presenta sull'uscio. Quando giunge davanti alla figlia della sua vittima non fa nemmeno a tempo ad aprire bocca che viene fulminato da quattro rivoltellate. Giustizia è fatta! Poi Alfa si costituisce ai carabinieri. Un anno dopo, al processo, le verrà chiesto se prova rimorso per l'atto compiuto. "Nessun rimorso" - risponde tranquilla - " mi sono sentita soltanto molto più leggera; anche fuori di me tutto sembrava essersi appianato". Confermerà anche di non provare alcun pentimento per aver fatto ciò che "sentiva" di dover fare. Da quel giorno la sua vita, nonostante i cinque anni di carcere infittile dalla Corte d'Assise, inizierà ad essere vissuta con quella serenità interiore crudelmente sottrattale negli anni della fanciullezza. E come d'incanto spariranno anche i disturbi fisici ed i tremendi, ricorrenti, mali di testa che da oltre un decennio la opprimevano.....

Giannetto Bordin-tratto da "Boia chi molla!" notiziario della Federazione di Novara/V.C.O. dell'Unione Nazionale Combattenti della RSI- Anno III n° 5 luglio- agosto 1997




“IL SANGUE DI UN VINCITORE DELLA MILANO SANREMO”

Pietro Chesi, detto “Pelo” fu un corridore ciclista abbastanza popolare tra il 1925 e il 1935, anche se di “memorabile” c’è solo una sua vittoria alla Milano-Sanremo del 1927, battendo il supercampione Binda
Nato a Gambassi nel 1902, aderì giovanissimo al fascismo, e, dopo la marcia su Roma, entrò nei ranghi della Milizia (Legione di Carpi) per meriti sportivi. Il temperamento irruento ed il carattere anarchico, però, gli impedirono di ottenere risultati continuativi e, dopo la vittoria del ’27, lo relegarono nelle seconde file. Fascista (anche se un po’ “a modo suo”) fino all’epilogo, venne arrestato nelle giornate della “liberazione di Firenze” (anche se appare pressocchè certo che non fu un “franco tiratore”) e per lui venne la fine: “Pietro Cheli viene condotto in una delle stradine vicino a palazzo vecchio, dove il sole non batte quasi mai. Nei giorni di ferragosto c’è più fresco e non ci si sta male. Lo mettono al muro e lo fucilano. Una chiazza di sangue si allarga sotto il suo corpo caduto. Il sangue di un vincitore della Milano-
Sanremo non è diverso da quello degli altri ammazzati. Anche il suo è il sangue di un vinto”
(Mauro Parrini, Pietro Chesi, il ciclista in camicia nera, Milano 2014)

Il suo corpo ora riposa al cimitero di Trespiano, insieme agli altri caduti fascisti. Vicino c’è Alfredo Magnolfi, due volte campione italiano dei pesi gallo, assassinato anch’egli alla metà di agosto del ’44.

Un sistema destinato a fare scuola: “Il Patriota”, organo delle Brigate Matteotti, pubblica l’elenco nominativo e gli indirizzi di alcuni esponenti fascisti, segnalandoli alla giustizia partigiana


BERGAMO - 29 Aprile 1945
Vengono trucidati, davanti all'ingresso del Cimitero di Bergamo,
 nove Fascisti prelevati nel vicino paese di Urgnano.
Cipriano PILENGA (nella foto)
Giuseppe PILENGA
Luca CRISTINI
Davide MARCHIONDELLI
Lorenzo VECCHI
Mario MORATTI
Giovanni Battista NOZZA
Luciano ANGERETTI
Luigi DONATI
Inoltre, è bene sottolineare che tutti vennero depredati degli averi 
(soldi e oggetti preziosi) e in qualche caso anche delle scarpe.


MACEO CARLONI
SINDACALISTA IN CAMICIA NERA UCCISO DAI PARTIGIANI
L' egemonia della vulgata antifascista in campo storiografico ha per decenni precluso la possibilità di un' analisi storica sul fascismo onesta e scevra da ogni condizionamento politico, negando, o semplicemente omettendo, ciò che stonasse con la definizione di "Male Assoluto". Questo non solo ha impedito di esaminare in modo approfondito i temi principali relativi a quel periodo, ma ha anche gettato una cortina di oblio su molteplici esperienze, storie e biografie le quali, ancorché marginali rispetto ad una certa epoca storica, dovrebbero destare un notevole interesse, soprattutto quando inserite in contesti tutt'altro che secondari. Solo relativamente di recente si è iniziato a parlare di queste pagine dimenticate. Un apprezzabile contributo in questo senso è l'opera di Stefano Fabei, "Fascismo d'acciaio. Maceo Carloni e il sindacalismo a Terni" (Mursia, pagg. 366, euro 22), dedicato alla fulgida figura, sconosciuta ai più, di un sindacalista fascista attivo nel ventennio nella città umbra. Nato nel 1899, fu tra i più giovani chiamati alle armi nella Grande Guerra: prestò sevizio sulla nave "Andrea Doria", nel Mar Nero: sbarcato a Sebastopoli ebbe modo di constatare lo stato di miseria e terrore in cui versava il neocostituito stato sovietico. Rientrato in patria nel 1921, fu assunto presso le acciaierie di Terni, in un periodo caratterizzato da forti tensioni e dall'imperversare delle violenze perpetrate dai socialisti.
Egli, di formazioni mazziniana e militante repubblicano, rivide le proprie posizioni schierandosi col sindacato fascista, a cui aderì nel 1922. In veste di sindacalista si adoperò in favore dei lavoratori, per la tutela del lavoro di donne e minori, nonché per il reinserimento di soggetti disabili e liberati dalle carceri.
S'impegnó addirittura per il reintegro di un comunista reduce dal confino, attirandosi le antipatie di alcuni elementi del fascismo cittadino. Ricoprì importanti incarichi sia nel sindacato (fu Segretario del Sindacato Provinciale degli Operai Siderurgici e membro Giunta Esecutiva della Federazione Nazionale Fascista Lavoratori Industrie Meccaniche e Metallurgiche ) che nelle Corporazioni. Fu inoltre amministratore delegato della Cassa Mutua Malattia operai siderurgici, importante istituzione che consentì agli associati di usufruire di una serie di prestazioni sanitarie a prezzi accessibili alle loro tasche.
Il suo impegno concorse non poco al miglioramento delle condizioni dei lavoratori, in un periodo, gli anni '30, di forte innovazione in campo sociale e previdenziale, come testimonia ad esempio l'introduzione degli assegni familiari, salutati da Carloni come "quanto di più grandioso era possibile concepire per migliorare, od almeno mantenere, la condizione economica delle famiglie più prolifiche". Altro risultato importante che conseguì fu, nel 1940, la stipula del contratto nazionale degli operai siderurgici, contenente i a serie di importanti tutele e rimasto in vigore fino al 1959. Dopo l'8 settembre non si iscrisse al PFR, pur continuando la sua attività all'interno delle acciaierie ternane, dove si concretizzó uno dei primi esempi di socializzazione, il modello di partecipazione dei lavoratori alla gestione dell' azienda e alla ripartizione degli utili introdotto nel periodo della Repubblica Sociale Italiana. Carloni fu eletto nella commissione interna, modello poi ripreso dalla CGIL nel dopoguerra per i consigli di gestione. Tra i membri della stessa figuravano anche noti antifascisti, reduci dal confino politico, eletti col benestare delle autorità e dei sindacati fascisti. Per i comunisti però, evidentemente, risultava inaccettabile che proprio un fascista si adoperasse così appassionatamente in favore dei lavoratori. Le mire egemoniche degli uomini di Togliatti all'interno della fabbrica non potevano certo risparmiare uno come Carloni.
Fu infatti raggiunto il 4 maggio 1944 a Casteldilago , ove era sfollato insieme alla moglie e ai figli, da una squadra di partigiani appartenenti alla Brigata "Gramsci" i quali, fatta irruzione nottetempo nell'edificio dove la famiglia si trovava, alleggerirono l'uomo di tutti gli oggetti di valore in suo possesso e si appropriarono di viveri e capi di vestiario presenti nell'abitazione. Dopodiché l'uomo, portato all'esterno, fu barbaramente trucidato. Gli assassini, sebbene identificati, rimasero impuniti per effetto dell' amnistia Togliatti La sua unica colpa, quella di essere fascista, o meglio di non essere comunista, gli costò un destino comune a molti italiani nel periodo 1943-45.


Pur commentando la morte di Italo Coppa, squadrista biellese ucciso in un agguato partigiano nei pressi di Camburzano sul treno della Biella-Mongrando, il direttore del settimanale "Il Lavoro Biellese" Alberto Ferrari, scrive parole quasi di comprensione nei confronti degli avversari : “Si tornava, sul trenino di Mongrando, recante le vittime di precedenti agguati…….. Era in tutti la coscienza di aver compiuto questo dovere duro ed imperioso, contro gente dello stesso sangue. Il sentimento che ci amareggia, diremmo quasi ogniqualvolta ritorniamo da un’operazione contro coloro che si ammantano della definizione “patrioti”, mentre in realtà altro non sono che poveri ragazzi traviati da un’abilissima propaganda deformatrice di fatti ed eventi……….Quanto sarebbe bello poter combattere contro il nemico, quello vero, quello che strazia le nostre città bombardandole ………”